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Documenti delle Donne in Nero

1999 - Militarizzazione dei rapporti sociali e delle mentalità

Contributo delle Donne in Nero di Torino per l'incontro internazionale delle Donne in nero di Ulcinji, 8 ottobre 1999.

Discussione di gruppo a Torino

Storia e prospettiva politica delle Donne in nero da Gerusalemme a Belgrado e Novi Sad: critica di genere del militarismo a partire dall'esperienza immediata della pressione a riconoscersi in una appartenenza nazionale intessuta di violenza e rifiuto della diversità.

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Nostra esperienza che pur rifacendosi alla loro vicenda ci ha portate a vivere un rapporto diverso con guerre e militarismo. Già nel caso del Golfo, ma ancora più dal 24 marzo di quest’anno, da un lato ci siamo trovate ad essere cittadine di un paese che stava facendo direttamente la guerra (basi, partecipazione ai bombardamenti…) (per di più illegittimamente a rigor di Costituzione, diritto internazionale, Carta delle Nazioni Unite, perfino statuto Nato) e questo ci avvicinava ancor di più alla pratica politica basata sul rifiuto della guerra dall’interno (“altra Italia”, così come “altra Israele” e “altra Serbia”); ma dall’altro lato le motivazioni e il clima politico che ci siamo trovate a contrastare non erano basate su un arroccamento nazionalistico: venivano anzi invocate ragioni di tipo universalistico (diritti umani proposti in astratto come valori generali, a costo in concreto di uccidere e distruggere in Serbia e rendere possibili peggiori persecuzioni, violenze e deportazioni in Kossovo).

Anche la prospettiva di genere nella denuncia del carattere maschile e maschilista del ricorso alla guerra quindi si pone per noi in termini diversi. Accanto ai fenomeni dell’esasperazione identitaria come appartenenza nazionale, ci pare opportuno discutere delle tendenze di portata globale: la generalizzazione in nome dell’univocità e universalità di certi valori e processi (che invece esprimono gli interessi di una piccola ma potentissima parte, quella che esercita l’egemonia a livello planetario) si inserisce in una antica storia di predominio degli uomini sulle donne e del maschile sul femminile, con la negazione delle alternative e la riduzione ad un unico modo di procedere, affermato come oggettivamente necessario. TINA (There Is No Alternative) è stato il motto della politica economica di attacco al welfare e di deregulation selvaggia – con esiti tragici ad esempio nei disastri ferroviari – di Margaret Thatcher.

Perciò nei nostri ragionamenti abbiamo discusso della militarizzazione delle società e delle menti nel contesto della globalizzazione economica, intesa come paradigma della “libera concorrenza” sul mercato in cui di fatto però i soggetti non sono per nulla alla pari, ma anzi contano i rapporti di forza: “libera volpe in libero pollaio”.

Gli aspetti che si proiettano nella militarizzazione in senso ampio (materiale e mentale) sono almeno due: da un alto la logica oggettivante per cui quelle di mercato sono “leggi di natura”, univoche, necessarie e per ciò stesso giuste (in stretto parallelismo con il discorso che ha presentato come senza alternative il ricorso alla guerra: analisi economica di Susan George vs filosofia della storia di Norberto Bobbio); dall’altro la dinamica violenta dei rapporti di forza: chi è più forte vince e chi vince ha ragione.

Nel quadro della globalizzazione abbiamo però rilevato che agiscono processi di crescente disparità tra chi è “dentro” (i pochi potenti e ricchi: UNDP 1999, p.18, al 20 % più ricco va l’86 % del PIL mondiale) e chi invece è “fuori” (gli “spossessati”: al 20 % più povero va l’1 %). In termini di popolazione, equivale parlare (alla Bauman) di 1 miliardo di “globali” (che si muovono liberamente per tutto il pianeta e soprattutto che spostano come vogliono i capitali) e 5 miliardi di “locali”, confinati negli spazi ristretti di una sopravvivenza sempre a rischio (almeno un miliardo) o al più del relativo benessere di quel 60 % cui va il 13 % del PIL mondiale.

L’ideologia corrente vuole che le dinamiche del mercato globale siano lasciate senza regole, nel senso che di per sé si esercita nei fatti la regola della dominanza del più forte (aiutato dagli interventi dei governi degli stati a sostegno dell’imprenditoria, ma questo sarebbe un altro problema di cui discutere: lo scarto tra capitale e lavoro dal punto di vista delle attuali politiche economiche dei governi europei e dell’Occidente in genere). Di contro, il contenimento degli “spossessati” richiede regole durissime e queste vengono esercitate soprattutto a livello locale, ma con una gerarchia di potere anche tra i paesi (oggi gli Stati Uniti esercitano dispoticamente l’arbitrio di una monocrazia senza interlocutori/antagonisti altrettanto potenti: l’Europa nella guerra della Serbia/Kossovo ha rivelato tutta la sua subalternità politico-militare).

La questione delle risorse e della lotta per appropriarsene minaccia di diventare sempre più pressante nei prossimi decenni: se già questa guerra ha avuto profondamente a che fare con il controllo delle vie del petrolio dal Caucaso verso il Mediterraneo centro-occidentale attraverso i Balcani, gli scenari di scarsità progressiva di petrolio, acqua, terre coltivabili che oggi si delineano e che sono tema di discussione politica e scientifico-tecnologica in molte sedi fanno pensare che entro pochi decenni la contesa per il poco disponibile sarà davvero feroce.

Tornando al contesto delle dinamiche globali e locali in cui siamo immerse, ci sembra che proprio per la crescente insostenibilità dell’abisso di differenze che separano le parti “spossessate” da quelle abbienti, nel Nord del mondo la funzione degli stati sta diventando sempre più nettamente quella di garantire la sicurezza a chi è “dentro” rispetto al rischio che chi è “fuori” tenti di entrare e di accedere almeno a un po’ delle ricchezze. Su scala europea questo significa Schengen, su scala italiana significa “centri di detenzione temporanea”, espulsioni, controllo degli approdi e degli aeroporti, irrigidimento delle istituzioni, intensificazione della presenza delle “forze dell’ordine” sul territorio etc. etc. ( e intanto, a conferma che questa è la tendenza dominante, nel paese guida, gli Stati Uniti, l’occupazione di personale pubblico e privato nel sistema carcerario e la popolazione carcerata sono in continuo aumento).

Il fenomeno della legittimazione della violenza armata ha un risvolto di stato ed uno a livello di singoli individui. A Los Angeles i cartelli “Si spara a vista” sono la nuova versione del più vecchio “Attenti al cane”; a Brescia sparare ad un tentato ladro (disarmato) e ucciderlo viene considerato l’esercizio di un diritto del cittadino; nei quartieri di molte città girano ronde di vigilantes privati; Luciano Violante, presidente della Camera e già magistrato, dichiara che “la sicurezza viene prima della giustizia”.

Il ricorso alle armi viene riassorbito nella normalità come strumento di regolazione sociale e si sta producendo uno slittamento importante nella stessa definizione delle funzioni tra polizia e esercito. Alla polizia (dichiarazioni di inizio ottobre del capo della polizia Masone) compete “la difesa del territorio” o anche “il controllo del territorio”. Per parte sua, negli anni recenti l’esercito è sempre più spesso stato associato a funzioni che tradizionalmente erano della polizia: vigilanza nelle zone a rischio mafioso di Palermo etc.

Su questo sfondo si sviluppano nuovi modi di penetrazione del sistema militare nella vita “civile”, in quanto la vita associata ordinaria viene riorganizzata secondo logiche militari: sistema di gerarchie, sottrazione delle decisioni alla critica e al controllo diffuso e partecipativo, trasferimento di rigidità da caserma anche nei comuni luoghi di lavoro, dalle aziende alle scuole e università, con una centralizzazione delle funzioni decisionali e una verticalizzazione dei rapporti che impedisce i legami orizzontali di tipo cooperativo (e risulta tanto più pesante da un punto di vista di genere perché le modalità della competizione appartengono per antica storia piuttosto agli uomini che alle donne e perciò ne favoriscono il persistente predominio, se vengono assorbite nel senso comune come le uniche possibili).

In certi ambiti poi è in corso un vero e proprio rovesciamento tra civile e militare. In Italia i compiti di “protezione civile” nelle situazioni di emergenza tipo alluvioni e terremoti vengono spesso integrati in un assetto fortemente militare, non solo perché come forza-lavoro si utilizzano largamente i soldati, ma perché la responsabilità delle scelte operative viene immessa nella catena di comando tipica dell’esercito. L’esito estremo di questo processo si è avuto con la “missione Arcobaleno” della primavera ’99: le stesse forze armate che con i piloti dei Tornado partecipavano ai bombardamenti di Serbia, Montenegro e Kossovo, in Albania erano adibite con le truppe di terra ad allestire campi per i rifugiati.

Inoltre, il “sistema esercito” sta diventando sempre più complesso e come tale richiede per il proprio funzionamento tutta un’articolazione di attività tipiche anche dei sistemi civili: ci sono spazi crescenti per l’inserimento di personale “civile” addetto a mansioni “di servizio”, che però (anche senza indossare la divisa) è subordinato alle regole militari di obbedienza agli ordini, impossibilità di partecipazione critica, eventualmente vincoli di segretezza. Nel caso degli Stati Uniti, studi di femministe (Cynthia Enloe in particolare) hanno già discusso ampiamente come questo sia stato uno dei canali che hanno cominciato ad aprire l’accesso all’esercito anche alle donne (soprattutto, per l’appunto, a svolgere compiti “di servizio”, dalle segreterie degli uffici alle cucine, alle infermerie).

Il passaggio all’esercito professionale (ormai avviato anche in Italia) comporta però cambiamenti ancora più profondi e si avvale di forme ancora più inquietanti di apparente “civilizzazione delle forze armate”. Esso è reso possibile dal mutato modo di fare la guerra da parte dei paesi “forti” che dispongono di armi abbastanza “avanzate” da non avere più bisogno di tanti soldati di leva da spendere in operazioni di terra; come si è tragicamente visto nel Golfo e nei Balcani, le nazioni davvero potenti dominano dall’alto, con l’aviazione. Tra l’addetto all’uso delle armi e il suo bersaglio c’è una mediazione tecnologica che modifica profondamente il senso di sé dei militari e la percezione che ne viene costruita nella mentalità diffusa: a un pilota si chiede di essere professionalmente abile e di svolgere il suo compito con il massimo dell’efficacia (deve cioè ottimizzare il numero degli obiettivi colpiti). Nella divisione dei compiti, non sta a lui di decidere dove e cosa bombardare: entro il contesto militare dell’obbligo di obbedire agli ordini ricevuti, si vive come uno che “svolge un mestiere” (dichiarazione testuale di un pilota in partenza da Aviano nei 79 giorni., intervistato su cosa pensasse dei bombardamenti cui era addetto: “il mio mestiere non è pensare, è obbedire agli ordini”). Uno degli esiti della professionalizzazione è la deresponsabilizzazione: i criteri di valore restano del tutto all’interno del “mestiere” si tratta di svolgerlo nel modo più efficace.

Qui si lega un altro aspetto inquietante del processo in corso: l’esercito professionale apre gli accessi alle donne perché da un lato si tratta di “mestieri” praticabili al di là delle differenze di genere (anche se si producono comunque stratificazioni nei livelli e le donne non accedono alle funzioni considerate di maggior prestigio: di nuovo, il caso degli Stati Uniti, in cui il fenomeno si è sviluppato da tempo più lungo, ha già dato molta materia di riflessione alle studiose femministe). Dall’altro lato, lungo questa linea sempre meno “fare il soldato” viene percepito come “rischiare la vita per la patria”, perciò si attenua una delle più antiche norme della virilità, quella dell’essere disposti all’eroismo estremo.

Anzi, nelle guerre viste dalla parte degli stati “forti”, il rischio di morte è ridotto quasi a zero. Addestrare i piloti costa troppo per rischiare di perderli dopo poche missioni, così come sono troppo preziosi gli aerei su cui volano e tutte le tecnologie dei sistemi d’arma di cui si avvalgono. Perciò i bombardamenti da altissima quota e perciò la disinvoltura nel non badare troppo all’obiettivo: gli “effetti collaterali” degli “errori” commessi su ponti, treni, colonne di profughi nei 79 giorni hanno ampiamente contribuito allo spostamento del numero delle vittime di guerra dai militari (la quasi totalità, all’inizio del secolo) a civili (si stima che adesso siano il 95%).

Ma questo sviluppo drammatico degli effetti delle guerre è dovuto anche ad altre cause: al di là dei cosiddetti “errori”, le strutture della vita civile (dalle centrali elettriche alle raffinerie, dalle stazioni televisive alle strade ai ponti) sono dichiaratamente assunti come obiettivi di interesse militare perché la complessità intrinseca alle società moderne e ai loro apparati produttivi e di vita rendono così fortemente integrate le diverse funzioni che tutto può rivestire un’importanza “strategica” in quanto essenziale al mantenimento degli assetti di una società organizzata. In questo modo (e attraverso la costruzione delle mentalità mediante gli strumenti dell’informazione: grande tema che qui si lascia del tutto da parte, pur se siamo consapevoli che è irrinunciabile per un’analisi a vasto raggio dei processi di “militarizzazione delle coscienze”), uno degli esiti delle guerre contemporanee nei paesi “avanzati” è ribadire che il civile v visto come funzionale al militare.

Il vissuto di chi invece ha subito la guerra e le violenze “da terra” è certamente molto diverso: perciò ribadiamo ancora una volta che quanto presentiamo qui proviene dalla nostra esperienza, dall’interno cioè di uno dei paesi della Nato che ha fatto la scelta di partecipare come potenza che dava le basi e bombardava. E’ com questo processo di rilegittimazione della guerra che noi ci dobbiamo confrontare ed è per questo che la nostra critica della “guerra umanitaria” a difesa dei diritti della popolazione albanese del Kossovo – così come è stata presentata dai governi dell’Alleanza Nato – non vuole in nessun modo ignorare le ben diverse esperienze e attese di chi invece in quella guerra ha sperato di trovare davvero la salvezza dalle persecuzioni cui era esposta. Non vogliamo neppure discutere qui di quanto lo strumento usato (i bombardamenti) abbia attenuato oppure ampliato la possibilità di violenza contro donne e uomini del Kossovo da parte delle truppe e milizie serbe. Però pensiamo che sia giusto confrontarci tra tutte noi sulle varie situazioni in cui ci siamo trovate e sul percorso che ciascuna ritiene sensato tentare perché la guerra non continui a venir riproposta come modo inevitabile di regolazione dei conflitti.

La qualificazione di quest’ultima guerra come “umanitaria” ha infatti svolto una funzione fondamentale per farla accettare correntemente come eticamente giusta (sulla base della concatenazione logica cui accennavamo all’inizio, per cui una volta detto che essa era l’unico strumento possibile, diventava anche quello necessario per un fine giusto, secondo una procedura cieca alle alternative tipica della tradizione del pensiero a dominanza maschile). Questa caratterizzazione moralmente positiva è stato uno degli elementi che ha ottenuto anche un largo consenso di donne; a conferma di quanto si è potuto osservare nei decenni scorsi negli Stati Uniti: “arruolare” donne a sostegno dell’esercito, fino a desiderare di farne parte, riesce tanto di più se lo scopo delle azioni militari non è una prevaricazione su altri (come nel caso di una guerra di aggressione o di conquista territoriale), ma è percepito come opera “buona” a difesa di soggetti più deboli e di diritti violati.

Attraverso la giustificazione dell’intervento come “umanitario”, però, si intravede anche tutto un insieme di punti di saldatura tra locale e globale alla luce delle forme di militarizzazione sociale che stiamo cercando di segnalare con queste considerazioni. Quelle in cui si impegnano i paesi “forti” (con gli Stati Uniti alla testa come potenza egemone che discrimina anche tra i casi in cui intervenire oppure no: le vicende di tanti massacri africani o del popolo kurdo o di Timor Est o in Cecenia hanno avuto sviluppi del tutto diversi dalla guerra del Kossovo, sicchè l’arbitrarietà di tali decisioni rende molto problematico invocare un principio generale di difesa dei diritti umani), sono sempre più spesso messe in atto e presentate come vere e proprie operazioni di polizia internazionale. Come gli stati nazionali si stanno concentrando nella funzione di “garantire l’ordine pubblico”, così a livello sovranazionale si tratta di presiedere all’instaurarsi del nuovo ordine mondiale e su scala planetaria ritroviamo quel mix di esercito e polizia che avevamo già rilevato sul piano locale.

La rilegittimazione delle guerre a dimensioni mondiali come strumento della politica e della regolazione dei rapporti “civili” (proprio perché in apparenza non di interessi e di rapporti di forza si tratta, ma di tutela di diritti universali) ci pare un processo tanto più pericoloso per quanto appariva impensabile fino alla fine degli anni ’80, quando si reggeva un “equilibrio del terrore” di fronte al rischio della “mutua distruzione assicurata” tra le due “superpotenze” e i conflitti locali – pur numerosi e tragici per il loro portato di morti e distruzioni – non venivano correntemente visti come prova dell’inevitabilità delle guerre, ma semmai come casi che non si era saputo ancora ricondurre alle dinamiche di negoziazione che le Nazioni Unite istituzionalmente dovevano promuovere. Oggi, come è stato detto nelle nostre discussioni torinesi, è ritornata di attualità la prospettiva che “ogni tanto” accadono le guerre e che il prossimo futuro continuerà ad essere scandito da tali fasi “acute” e da periodi sospesi “tra una guerra e l’altra”. Questa riassuefazione delle coscienze e dei modi di vita alla normalità della guerra incide profondamente anche sulle dinamiche di genere attorno a cui si svolge da anni il nostro impegno di pacifiste e femministe. Significa infatti togliere respiro allo sforzo di valorizzazione delle differenze e di apertura di spazi di convivenza nella diversità (in modo che i conflitti siano elaborati attraverso il dialogo e il confronto e non degenerino in scontro violento) che è stato uno degli elementi di maggior portata del movimento delle donne a livello mondiale negli ultimi decenni e che ha fondato anche il tessuto di “politica internazionale delle donne” cui le stesse Donne in nero si rifanno.

Infine, ma non perché sia l’ultimo degli argomenti, abbiamo ragionato della crescente complessità del sistema militare anche per i suoi intrecci con le dinamiche economiche e con quelle scientifico-tecnologiche, così come si concretizza nella produzione delle armi e nel commercio internazionale di cui sono risorsa vigorosissima. Limitandoci a citare alcuni degli aspetti che andrebbero più ampiamente analizzati, anche qui ci sono almeno due livelli, uno strutturale e uno che attiene alla formazione delle mentalità: da un lato i gruppi economici che condizionano pesantemente le scelte di politica interna (i bilanci della “difesa” si gonfiano quanto più le lobbies dei costruttori di armi riescono a influenzare governi e parlamenti) e di politica estera ( alimentando le alleanze e gli antagonismi tra paesi diversi e sospingendo i conflitti a degenerare in scontri armati). Dall’altro lato, la dimestichezza con le armi come normali “merci” che si possono vendere e comprare e che contribuiscono ad accrescere la “ricchezza della nazione”, è uno dei fattori che rendono più difficili le campagne per il contenimento delle spese militari. Di nuovo, agiscono qui molti fattori segnati dalla storia degli ultimi secoli, con una scienza e una tecnologia intrise di volontà di dominio, nel segno del maschile e dell’ossessione di morte che pervade larga parte della cultura almeno dell’Occidente.

A valle di queste considerazioni, la nostra urgenza è tanto di approfondire il confronto a partire dai diversi vissuti degli ultimi mesi (tra chi era sotto le bombe e in mezzo agli attacchi delle truppe a terra e chi invece si trovava a contrastare la scelta di portare altrove la guerra come strumento di difesa dei diritti), quanto di discutere insieme che fare. Nel dibattito conclusivo cercheremo di portare qualche proposta:
- campagne per la riduzione delle spese militari e contro le basi Nato;
- campagne per la riconversione delle fabbriche di armi;
- remissione differenziata dei debiti dei paesi del Sud del mondo, scorporando le spese per gli armamenti che non vanno invece “abbuonate”;
- costruzione di percorsi capillari di “educazione alla pace”, nei luoghi della formazione, come scuole e università (ma non soltanto) in modo in particolare da riuscire a far diventare tema di dibattito generale la questione dell’esercito professionale e dell’accesso delle donne ad esso, fuori dell’ottica semplificatoria e omologante delle “pari opportunità”.